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giovedì 2 giugno 2022

ALESSIO SANGIORGI - TESI SU MARIA VIRGINIA FABRONI

 Carissimi lettori, 

è con grande piacere che vogliamo condividere una bellissima notizia.

Venerdì 27 maggio, uno dei giurati, per la precisione Alessio Sangiorgi, si è laureato in letteratura italiana con 110 E LODE - COMPLIMENTI VIVISSIMI - e questo meraviglioso risultato è stato ottenuto con una tesi su MARIA VIRGINIA FABRONI. Il titolo esatto è; INAVVERTITA, LANGUIDA VIOLA: VITA E POETICA DI MARIA VIRGINIA FABRONI.

Si tratta di un'opera di grande spessore che nasce da una minuziosa ricerca letteraria, biografica e poetica dove vengono analizzate le diverse peculiarità della donna e della poetessa Fabroni:

- I primi anni vissuti a Tredozio, circondata dagli affetti familiari.

- Gli anni trascorsi a Pisa, al Conservatorio S.Anna (dal 1862 al 1868) dove scopre il suo vero talento: LA POESIA.

- Il ritorno a Tredozio e gli scontri col padre/padrone.


Tutto questo e molto altro viene trattato da Alessio in maniera ponderata ed esaustiva, tant'è che nel leggere la tesi non si può fare a meno di innamorarsi di Maria Virginia; una donna dal temperamento molto forte e passionario ma, ahilei! Non sorretta da un fisico altrettanto resistente. Infatti la Fabroni morirà di tisi molto giovane...qualche mese prima di compiere 27 anni.




martedì 8 marzo 2022

POESIA SENTIMENTALE PER MARIA VIRGINIA FABRONI di GIUSEPPE CESARO

Una poesia sentimentale che il poeta Giuseppe Cesaro ha voluto gentilmente alla nostra Maria Virginia Fabroni


 poesia sentimentale d'occasione--dedicata alla poetessa Maria Virginia Fabroni.


Scrive e non ama chi ha
una ferita nel cuore
e al di là della luna
vede una soave stella cantare la vita
e l'amore che più amava
senza poterglielo dire
ostacolato dal fato crudele.
Di quella fanciulla egli vide soltanto
che aveva occhi simili ai suoi
e così anche il viso che un po'
gli rassomigliava
coi suoi riccioli neri
che riposavano al sole.
L'aveva amata senza saperlo.

Maria Virginia Fabroni a 16 anni


Se vuoi pubblicare gratuitamente una poesia sul nostro blog, scrivi a


sabato 12 dicembre 2020

MARIA VIRGINIA FABRONI E DANTE ALIGHIERI

 Articolo di: INTERNATIONAL WEB POST

Nella sua marcia inarrestabile, il Covid sta mietendo vittime illustri. Cronologicamente parlando, la prossima scure si abbatterà nientemeno che su Babbo Natale o, più in generale, su tutte le festività natalizie, rendendo il vecchio adagio ’Natale coi tuoi, Pasqua con chi vuoi’ non più attuale. A ben guardare, se consideriamo le ultime vacanze pasquali, per il famigerato 2020 sembra appropriato: ’Pasqua in solitaria, a Natale stessa aria’.

Purtroppo non finirà tanto presto e il prossimo a cadere sotto la falce del virus potrebbe essere addirittura Dante Alighieri. Sì, il Sommo Poeta in persona! Ovviamente non di fatto. Le leggi della natura hanno compiuto il loro corso diverso tempo fa ma la macchina organizzativa delle commemorazioni per il VII centenario della sua scomparsa, potrebbe subire pesanti ritardi.

Questa riflessione è stata un invito ad una capatina in rete alla ricerca delle iniziative dantesche, previste per i prossimi mesi – naturalmente, Covid permettendo - e la mia attenzione è stata catturata da una foto, per essere precisi, da un logo di un concorso di poesie indetto dal comune di Tredozio. L’immagine rappresentativa è composta da due ritratti, uno vicino all’altro. Nel primo, non è stato difficile riconoscere il profilo del Sommo Poeta mentre ho dedotto il soggetto di quello femminile dal nome del premio: Maria Virginia Fabroni, tema del concorso: SUI SENTIERI DELL’ESILIO DANTESCO.


Ma, al di là del premio poetico, cos’ha colpito la mia attenzione?

Non saprei dire se la scelta delle immagini e la loro disposizione sia causale o voluta, ad ogni modo la trovo estremamente interessante.

Dante Alighieri dà le spalle alla giovane Maria Virginia in una postura altezzosa, al contrario, lei rivolge umilmente il busto al Maestro ma lo sguardo benevolo è a favore di chi la sta guardando.

Certo, per una questione puramente anagrafica, l’Alighieri non avrebbe mai potuto essere a conoscenza dell’esistenza della Fabroni. I due infatti sono divisi da alcuni secoli di distanza. Lei invece ebbe un’adorazione smisurata per il poeta. Durante gli studi, la giovane studentessa stava sovente rinchiusa nella cameretta del Conservatorio Sant’Anna di Pisa a leggere e rileggere i versi dell’Alighieri.

Questo accostamento potrebbe altresì rappresentare una constatazione delle diverse condizioni di genere esistenti fino a non troppo tempo fa. Entrambi erano poeti e, ovviamente, sul genio di Dante non esiste dubbio alcuno ma anche sulla Fabroni ho trovato un giudizio assolutamente degno di nota: “letterata con una non comune erudizione, già nota a soli 20 anni in tutta Italia”. Uniti nella nobile arte della poesia ma divisi dal genere. Nascere donna era un indubbio svantaggio e poneva grossi ostacoli a qualsiasi percorso si volesse intraprendere nella vita. Senza contare l’oscurantismo del XX secolo che ha portato all’oblio gran parte della letteratura femminile degli anni precedenti.

Un altro aspetto che accomuna i soggetti dei due ritratti è senz’altro il patriottismo. L’Alighieri potremmo definirlo come un modello di dedizione totale sia ai propri ideali che alla propria patria, soprattutto è giustamente riconosciuto quale padre indiscusso della lingua italiana...ma pure la giovane Maria Virginia, a soli 26 anni pubblica l’ode “A ITALIA” che recita inizialmente:

M’allegro di essere nata

In questa dell’amor terra immortale


....e termina con:


E dirà lo straniero

Te contemplando, bel giardino in fiore,

Questa è la terra invero

Della virtù del Genio e del valore!


...dimostrando un grande amore per la terra natia.

Entrambi discendono da famiglie in vista e hanno caratteri forti e passionali.Le poesie e le parti di biografie che ho letto – www.mariavirginiafabroni.blogspot.com - mi hanno regalato una immagine della Fabroni tutt’altro che mite e succube, bensì combattiva che ambiva alla sua autonomia di pensiero in quanto donna. Si ribellò ai matrimoni che le avrebbe voluto imporre la famiglia e per questo subì pesanti reprimende e restrizioni alla propria libertà personale ma, grazie alla sua fermezza, riuscì a mettere in calendario la data delle nozze col giovane amato ma la tisi la fermò tre mesi prima dell’evento per cui aveva lottato per tutta la vita.

Nemmeno Dante, il cui temperamento fiero e risoluto è ben noto, riuscì a tornare alla amata Firenze. Vittima di giochi politici più grandi di lui, il poeta venne esiliato dalla sua città con una sentenza del 1302. Ma al Sommo Poeta i sentieri che percorse in quegli anni donarono l’ispirazione per il suo grandissimo capolavoro.



giovedì 12 novembre 2020

NOTA BIOGRAFICA DI MARIA VIRGINIA FABRONI

 ARTICOLO A CURA DI LAURA VARGIU

Estratto dal blog: ZONA DI DISAGIO

Venuta a mancare a soli ventisette anni ancora da compiere, la poetessa Maria Virginia Fabroni era morta da appena un mese quando, nel settembre del 1878, una rivista[1] riportò il suo nome tra quelli delle donne italiane più famose del XIX secolo. Un riconoscimento di certo prestigioso per una giovane che, già da tempo, si era distinta per l’alto valore letterario dei suoi scritti, pubblicati in volumi presumibilmente diffusi a livello nazionale.


Eppure, la maggior parte degli italiani di oggi non ha mai sentito parlare di lei, ignorandone del tutto l’opera. Dopo circa centoquarant’anni di oblio, è stata riproposta una piccola parte della cospicua produzione di questa dimenticata “ragazza talentuosa”, come l’ha definita l’editore Mauro Gurioli che nel 2019 ha pubblicato una raccolta di poesie scelte[2] con il proprio marchio editoriale Tempo al Libro, piccola casa editrice di Faenza che, con coraggio, si è fatta carico di un recupero storico-letterario quanto mai doveroso.


Ed ecco riaffiorare così dalla polvere del tempo la figura di Maria Virginia Fabroni, nata il 2 dicembre del 1851 nel piccolo paese di Tredozio (oggi in provincia di Forlì-Cesena); di famiglia agiata (il padre era medico ed economo), poté dedicarsi agli studi musicali che, dal 1862 al ’68, la portarono al Conservatorio di Sant’Anna di Pisa, dove coltivò anche la passione per la scrittura in versi. Non ancora diciassettenne, nella città toscana diede alle stampe la sua prima raccolta di poesie, Ricordo, con la locale Tipografia Nistri, alla quale affiderà diverse pubblicazioni fino al 1877, anno che vide il suo esordio, con la raccolta di racconti Bozzetti famigliari, presso il famoso editore Treves di Milano, attivissimo nell’Italia post-risorgimentale fino alle leggi razziali dell’ingloriosa era fascista. Con quest’ultimo avrebbe forse un giorno pubblicato anche i suoi testi poetici, se l’anno successivo non fosse sopraggiunta la morte a causa della tubercolosi. Nel 1880 il padre, con il quale in passato la ragazza si era scontrata rivendicando il diritto di opporsi a un matrimonio combinato, fece pubblicare una raccolta postuma delle poesie inedite che aveva trovato tra le carte della figlia. Ritratta all’età di vent’anni dal noto pittore macchiaiolo Silvestro Lega e recensita sui principali periodici del suo tempo, la poetessa tredoziese, di cui rimangono anche i carteggi con altri letterati, tra cui Niccolò Tommaseo, era stata addirittura accolta in alcune accademie, traguardo difficile e ragguardevole, all’epoca, trattandosi di una donna.


Oltre al profilo biografico, sono state riportate alla luce dai curatori del volume ventisette liriche, tutti testi, stilisticamente, di chiara impronta ottocentesca. Da “Tredozio”, che celebra il borgo natio, a “Musica e poesia”, da “A Maria Vergine” a “Cleopatra”, da “Per la morte di Rossini” ad “Amore”, la sfera pubblica e quella privata s’intrecciano nei versi raccolti in queste pagine, restituendoci una Fabroni che si fa al tempo stesso poetessa religiosa, civile e patriottica, così come poetessa d’amore e fine letterata.


Ella scrive e non ama […]/ Non c’è nulla di vero/ in questo sonno che si chiama vita/ i sogni del pensiero/ sono sconforto e vanità infinita. […]” (da “Scrive e non ama”, 1880)


Non sfuggono, sparsi qua e là, echi della poesia leopardiana, della quale, con tutta evidenza, la giovane doveva essere stata un’appassionata lettrice, né resta inosservata una scrittura che si adorna, all’occorrenza, di termini ricercati e particolarmente dotti, segno di una preparazione linguistico-culturale di non poco conto attraverso la quale si dà addirittura voce a una Saffo che prende tragicamente commiato dal mondo

 (“[…] Addio patria, addio luna, selve addio/ che del mio dolce canto/ talor sonaste! Addio soave incanto/ d’una notte stellata!/ Immenso mare, che l’amante rio/ lontano sovra l’onda tua turchina/ portasti un dì da questa sciagurata, che ad eterno dolor Fato destina […]”)

 o a una Gaspara Stampa dal cuore anch’esso non meno tormentato 

(“[…] Il suono lamentevole/ che d’ora in poi governerà il mio canto/ tu non udrai fra i palpiti/ e le dolcezze d’un novello incanto. […]”). 

Di sperimentazione metrica e originalità, riguardo alla poesia di Maria Virginia Fabroni, parla Luca Cenacchi nel suo breve saggio critico conclusivo, mentre Barbara Verni e Lorenzo Bosi, tra i curatori del libro, sottolineano la sua “personalità decisa e passionale, pronta a rivendicare l’autonomia del pensiero delle donne in un mondo dominato dal conformismo borghese.”


“[…] le donne all’opre femminili intente,/ anco a severi studi/ sommettano la mente./ A lor non prema aver fama di belle,/ ma plauso al senno e a nobili virtudi.” (da “A Italia”, 1877)


Una raccolta notevole e preziosa, quella pubblicata dunque lo scorso anno, che spezza l’inqualificabile silenzio da parte di critici e studiosi e colma infine un vuoto durato troppo a lungo, consentendo ai lettori di riappropriarsi di un’autrice meritevole tutt’altro che di dimenticanza. Una lettura doverosa per tutti gli amanti della poesia. Già da qualche tempo, inoltre, contribuisce a riportare in auge il nome della Fabroni anche un concorso letterario a lei intitolato, giunto nei mesi scorsi alla quarta edizione, attraverso cui il comune di Tredozio rende onore alla sua illustre cittadina.


Laura Vargiu


[1] L’Unione, cronaca capodistriana, 9 settembre 1878.


[2]Maria Virginia Fabroni, Poesie scelte, Tempo al Libro, 2019 (a cura di Lorenzo Bosi, Maria Grazia Nannini, Silvia Ricci e Barbara Verni, pagine 128, € 12,00 – ISBN 9788832157055)




venerdì 24 gennaio 2020

MARIA VIRGINIA FABRONI di Gabriella Musetti

Breve nota su Maria Virginia Fabroni
(Tredozio 2 dicembre 1851 - 10 agosto 1878)
di Gabriella Musetti

Tredozio è un piccolo comune della provincia di Forlì- Cesena, per secoli
 terra di frontiera traToscana e Stato Pontificio, situato nella valle del 
Tramazzo, da sempre zona di passaggio tra Toscana e Romagna; la sua
configurazione pubblica è cambiata nel tempo passando sotto diversi
domini che hanno lasciato tracce nella urbanistica del luogo, circondato
da colline boscose. Qui nasce nel 1851 Maria Virginia Fabroni, in
una famiglia abbiente della borghesia proveniente dal vicino comune 
di Marradi, prima figlia di quattro sorelle e fratelli.
Nel 1862, a undici anni, la giovane viene mandata dal padre, il medico 
Giuseppe Fabroni, al Conservatorio S. Anna di Pisa, istituzione 
educativa di nobili e antiche tradizioni, dove nel 1868
consegue il diploma di clavicembalo e a settembre dello  stesso anno torna
 a casa a Tredozio, lasciando il Collegio e le compagne amiche care 
con cui aveva condiviso la formazione e la vita per sei anni.
A Pisa Maria Virginia coltivò, insieme alla musica, un'altra avvincente passione: 
la letteratura e la poesia. Con l'aiuto del Cavaliere Ingegnere Paolo Folini, 
presidente del Conservatorio, che aveva osservato le notevoli qualità intellettuali
della ragazza e ne favorì la crescita culturale, Maria Virginia studiò
intensamente i poeti della tradizione letteraria italiana: Dante, il Dolce 
Stil Novo, Petrarca, Gaspara Stampa, Torquato Tasso, e anche i poeti del 
recente passato e della contemporaneità: Parini, Monti, Foscolo, Manzoni, 
Leopardi, Prati, Zanella, Giusti. In questa atmosfera di fervore intellettuale 
e patriottico, nacquero le prime prove poetiche dell'autrice giovanissima,
 favorite dai contatti più allargati che una città universitaria e colta come Pisa
consentiva (non dimentichiamo che da Pisa era partito un battaglione 
universitario, formato da docenti e studenti, nella famosa battaglia 
di Curtatone e Montanara nel 1848, e che con una legge
del 1862 il recente Stato italiano decretò l'Università di Pisa una delle sei 
Università primarie nazionali, con Torino, Pavia, Bologna, Napoli e 
Palermo). In tale contesto la giovane si avvicinò alle idee risorgimentali 
dimostrando una propensione per la poesia civile e intrattenendo
corrispondenze, poi proseguite al suo ritorno a Tredozio nel 1868, con 
numerosi intellettuali e artisti del tempo: dal grande Niccolò Tommaseo 
a Giannina Milli, nota poetessa abruzzese di origine, ma
vissuta in numerose città italiane (Roma, Milano, Firenze) anche 
a seguito del marito, Provveditore agli Studi e lei stessa direttrice 
didattica, improvvisatrice di versi di carattere patriottico letti in
accademie e salotti letterari. Maria Virginia entrò in contatto con diversi 
scrittori contemporanei, come si evince dalla sua produzione letteraria 
e dalle copiose lettere. Altri corrispondenti di Maria Virginia furono il 
compositore siciliano Errico Petrella, autore di numerose opere liriche, e il pittore
Silvestro Lega, considerato tra gli esponenti del movimento dei Macchiaioli, 
che soggiornò presso la famiglia e fece anche un ritratto alla poetessa.
Come già indicato in diversi contributi di studiosi sulla figura della poetessa, tra 
cui quello di Antonio Cattino , Maria Virginia Fabroni entrò in contrasto 
con la famiglia e in particolare con il padre, uomo autoritario che voleva 
maritarla con pretendenti di censo da lei non amati, mentre la
poetessa amava un giovane non ben visto dalla famiglia. 
Questa sua opposizione alla legge famigliare, in un tempo in cui la 
ribellione filiale era assai rara e complessa, e in un luogo così
remoto dai circuiti sociali più aperti della società contemporanea, 
restituiscono di lei una immagine di donna non subalterna o mite, 
ma piuttosto battagliera, amante della libertà personale e della
autonomia della donna nella società; per questa sua ribellione 
ebbe a soffrire forti restrizioni nella sua vita personale. Riuscì tuttavia anche a 
mettere a calendario la data delle nozze con il giovane amato,
 ma purtroppo morì di tisi tre mesi prima dell'evento.
Della poetessa, che pubblicò numerose raccolte in vita , è uscito
nel 2019 il volume Maria Virginia Fabroni, Poesie scelte (Tempo al Libro, Faenza),
a cura di Lorenzo Bosi, Maria Grazia Nannini e Barbara Verni, 
in occasione della seconda edizione del Festival di Poesia Tres Dotes 
(12-14 luglio,Tredozio) e del Concorso Letterario a lei dedicato 
dal Comune di Tredozio. Il volume raccoglie in forma antologica 
numerose poesie pubblicate in diverse raccolte e ormai introvabili, quindi
rappresenta un contributo importante per riaccendere l'attenzione verso 
la produzione poetica dell'autrice, che merita indubbiamente 
una considerazione critica appropriata, di cui questa nota
vuole essere un piccolo passo.
Scorrendo il volume si osservano diverse questioni significative, 
che possono fornire uno sguardo innovativo sugli studi relativi
alla poetessa tredoziese.
Intanto la sua formazione letteraria, svoltasi in gran parte a Pisa,
poi proseguita a casa attraverso libri e rapporti epistolari intrattenuti 
soprattutto con Folini, benché sostanzialmente privata (come in
più contributi si sottolinea) fu piuttosto ricca di letture e frequentazioni 
letterarie, come si può riscontrare dalle numerose citazioni e rimandi 
nelle sue poesie ai versi di Dante, Petrarca, Foscolo, Leopardi, Manzoni,
e altri autori. Ad esempio nella poesia “Tredozio” i «dumi» (pruni, spini), 
sono rimando petrarchesco; «Apriche piagge» de “Il luogo natio” 
è un vero ricalco di Petrarca, così come gli «augelletti» della stessa pagina, 
mentre il «desiato mio nativo suol» richiama Leopardi, così
come «le donne all'opre femminili intente» della canzone 
“A Italia” richiama ancora Leopardi e il «tuo cener muto» 
di “A Giuseppe Giusti”, rimanda a Foscolo. E così via. 
Quindi queste tracce letterarie mettono in luce letture e 
conoscenze di un certo spessore e allontanano l'immagine di una
poetessa che avesse soltanto doti di produzione poetica cosiddette 
'naturali' o ingenue. Altre considerazioni vanno fatte sulla metrica 
usata nei testi. La costruzione degli endecasillabi,
peraltro alcuni di notevole interesse e scioltezza, si affianca alla scelta 
di altri metri, soprattutto il settenario dal ritmo estremamente mobile 
e il quinario, ma con la presenza di senari che rompono il
ritmo della tradizione, e con la costruzione di composizioni che 
vanno dalla canzone all'ode, alla strofa saffica, alla sestina e a diverse 
altre forme compositive con le quali si confronta. Ad esempio
nella poesia “Tredozio” la costruzione è assai raffinata, con una catena 
di endecasillabi formati da quattro versi a rima alternata e due a 
rima baciata, formando sequenze continue dove i rimandi
fonici e ritmici sono molteplici. Interessante risulta la scelta 
della poesia “Il luogo natio” in cui la poetessa alterna in ogni verso 
un endecasillabo piano e uno tronco (sempre con l'accento in decima
posizione ma più corto del precedente e del successivo), tale da creare 
un ritmo molto più mobile e cadenzato. Anche queste soluzioni 
denotano studio e riflessione compositiva e sono lontane da una
forma di poesia naturale.
Ma ancora sul tema della preparazione letteraria vale la pena 
soffermarsi sulle tre composizioni presenti nel volume dedicate 
rispettivamente a Gaspara Stampa (“Gaspara Stampa - l'ultimo
addio”), “Cleopatra” e “Saffo allo scoglio”: sono scritte sul modello 
delle Eroidi di Ovidio, lettere d'amore in versi che le tre autrici 
scrivono ai loro amanti, lettere di donne abbandonate o tradite.
L'autrice si cala nella biografia letteraria delle eroine e canta per loro. 
E oltre alla frequentazione della letteratura emerge qui, come altrove, 
l'animo forte della poetessa quando chiede una punizione
esemplare per i traditori. Anche la rima semanticamente 
ardita della poesia dedicata a Saffo, tra 'tempio' e 'scempio' come 
opera rovinosa dell'Amore sulla vita della donna segna una presa di
posizione e una visione per nulla romantica ma consapevole della 
condizione delle donne nella realtà contemporanea.
Numerose composizioni immergono chi legge in un paesaggio dolce, 
colto con accenti suggestivi e personali, come nel già citato “Tredozio”, 
che affianca al tema del mito fondativo del borgo amato,
di origine classica, il simbolo delicato e lieve della Viola, fiore profumato 
ritroso e nascosto, che bene rappresenta le caratteristiche del luogo. 
Anche in questa poesia la poetessa non si sottrae a una
osservazione sulla considerazione delle donne nella società: benché 
le tre sorelle avessero dato origine al paese impegnando le loro personali 
cospicue doti nessuna lapide ricorda i loro nomi,
scomparsi nella rovinosa cancellazione della memoria nel tempo che scorre.

Lapida qui non v'ha che le rammenti
ai posteri, che il tempo inesorato
seco si porta ratto al par dei venti
fin l'estrema memoria del passato; 

Una copia interamente digitalizzata di Ricordo, primo libro di Maria Virginia,
 edito dalla tipografia Nistri di Pisa nel 1869 si trova nella Biblioteca
Nazionale Centrale di Firenze. Questo libro è particolarmente interessante
per cogliere la produzione della giovane autrice: ci sono liriche
appartenenti al periodo pisano (1867-1868, l'autrice aveva 16 -17 anni) e
una Appendice scritta dopo il ritorno a Tredozio (da novembre 1868 -
ad aprile 1869). L'atmosfera del libro è gioiosa nel ricordo della vita di
Collegio, le amiche, il giardino dove trascorrevano il tempo libero, la
comparazione delle fanciulle ai fiori, in particolare alle rose, la bellezza
che dura un tempo breve e poi fugge, le farfalle volubili ma libere,
l'esortazione alla fermezza d'animo, le viole mammole che
sanno stare al proprio posto, le numerose dediche alle compagne
amate: Fillide, Ersilia, Fanny, Elisa, anche in occasione della ripresa
da una malattia, del ritorno al vigore fisico e ai colori vividi
del volto, o per un onomastico. Il topos del giardino fiorito è un
locus amoenus, luogo idealizzato e piacevole dove trascorre la vita
del gruppo di amiche che vivono insieme la crescita, la formazione
nella relazione affettuosa tra di loro, nel rapporto con la natura, nella
prefigurazione dei ruoli futuri della vita adulta che sta giungendo,
nel confronto con il mondo esterno da un luogo privilegiato.
E' il punto di vista di una giovinetta vivace, che osserva con attenzione
e partecipazione emotiva la vita circostante, ma non sottrae lo sguardo
critico sulla realtà. Più melanconiche sono le poesie di
addio, alla città di Pisa, al Cavalier Ingegner Paolo Folini, al
Conservatorio di Sant'Anna (4 settembre 1868) in cui si
sofferma sull'atto definitivo dell'addio a luoghi e persone fondamentali per
la propria crescita culturale e soggettiva, e verso i quali mostra riconoscenza:

Cara memoria eterna
Nell'alma avrò scolpita
Di quei che a me dischiusero
Fonte di nuova vita
Che a me svelaro provvidi
Le spine del sentier. 

Ma anche in questa occasione non si lascia andare a sentimenti di
cupa tristezza, rivela un animo forte e vigoroso:
 «...nell'alma / Che fia dal duolo oppressa / Infonderà la calma /...»
Questa giovane poetessa seppe anche essere ironica, allegramente
critica, come nella composizione scritta al suo maestro Canonico
Giovanni Corucci in occasione di un esame, e non a caso scelse il
metro settenario che rende più vivace il dettato. Dopo aver chiesto
al maestro di non essere troppo severo nelle domande e nella
valutazione rimarca la sua distanza da alcuni grandi personaggi della
latinità portati a comune esempio di condotta proba e di studi eccelsi:

Ed è per me insoffribile
Il rigido Catone
Né mi va molto a genio
il dotto Cicerone. 

Questo tono scherzoso sottende una libertà di giudizio precoce e una presa
di posizione autonoma nelle scelte della disciplina letteraria.
Della libertà di giudizio di Maria Virginia Fabroni e del suo sguardo
critico è data testimonianza anche da una poesia
“Quanto mi fa ridere! Quadro a olio del sig. Sorbi”, del 1877, di non chiara
collocazione di edizione, pubblicata sul blog a lei dedicato. Si tratta
di un dipinto che rappresenta una donna giovane e bionda che ride
leggendo un bigliettino seminascosto nel suo seno, colta
seduta in una stanza borghese con un tavolo vicino sul quale è poggiato
un mazzolino di fiori. E' una vera e propria ekphrasis in cui la poetessa
gioca sui diversi significati della scena: un biglietto d'amore non corrisposto,
un errore di ortografia, uno scherzo che si ritorce contro chi l'ha tramato.
Ciò che importa è lo sguardo divertito e critico della donna che osserva il dipinto,
la sua scelta di giudizio autonoma e non la garbata osservanza delle norme
sociali che vuole la donna sempre oblativa e modesta.

Oh! dacché gli angeli
Son facce tinte
Per chi li esamina
Dietro le quinte,
Di affetti, gioie,
Venture e guai,
E' meglio ridere
Come tu fai.
Le forme olimpiche,
Quel bel colore,
Tre libre d'apide
D'attorno al core,
Che sanno renderlo
Invulnerabile,
Corazza morbida
Ma impermeabile,
Pigliar per fole
Fatti e parole.... 

Maria Virginia Fabroni era estremamente consapevole del compito
che si assume chi è chiamato alla poesia. Nella composizione
“Nella sera del 6 novembre 1876 in occasione delle nozze della
sorella” assegna a sé un ruolo specifico, tratteggiando un
confronto con la novella sposa:

Tu vaghi fior d'eterna fragranza
troverai sempre lungo il tuo sentier
io la severa, ma immortal speranza
che per ignote vie conduce al ver. 

Un compito difficile ma sentito come imprescindibile da sé, da portare
a compimento con la  severità, il rigore e lo studio di chi nutre questa
forma d'arte, capace di dare senso e compiutezza alla vita.
Da notare anche l'interrogazione seminascosta ma evidentemente frutto
di pensiero ricorrente da parte dell'autrice sulle modalità della scrittura
poetica «per ignote vie». Un capitolo a parte merita la poesia civile e
risorgimentale. Sono numerosi i testi, nelle diverse raccolte, che propongono
un impegno pubblico dell'autrice, da commemorazioni di eventi pubblici
di particolare rilevanza, come “Pisa riceve la terra di Palestina”,
“Per la morte di Rossini”, “Al Conservatorio del SS. Sacramento di Fognano”,
a poesie indirizzate a intellettuali e autori del suo tempo con cui sente una
particolare affinità e un debito culturale, come “A Giacomo Leopardi”, “A
Giuseppe Giusti”, “Ad Aleardo Aleardi”. Ma l'ispirazione patriottica più
decisa, in una sorta di richiamo probabilmente proveniente dalla canzone
“All'Italia” dello stesso Leopardi è il componimento “A Italia” (1877), in cui
Maria Virginia apre a una dichiarazione di amore per la propria nazione:
«m'allegro d'esser nata / in questa dell'amor terra immortale».
Dopo l'affermazione di essere fiera della nascita italiana e l'omaggio,
consueto nel suo tempo, alla figura di Francesco Ferrucci, come esempio
di coraggioso combattente capace di morire, tradito, per la Repubblica
Fiorentina, quindi ideale modello risorgimentale di virtù e onore, e dopo
la felicità espressa per l'unità statale finalmente raggiunta, la poetessa mette
in rilievo con voce ferma e depreca le contemporanee violenze e vendette
che ancora si perpetrano nel Paese:

Spezza la punta del pugnale ascoso,
che in man di genti abiette,
tremendo, misterioso,
di libertà nel nome aspre vendette
compie nell'ombra delle tue contrade.
Questo non è desio
di pace né di gloria
che move a conculcar Cesare e Dio,
questa è vergogna della nostra etade
che inesorata narrerà la storia! 

Quindi volge lo sguardo ancora una volta alle donne e auspica che oltre a
essere «all'opre femminili intente / anco a severi studi / sommettano la mente»,
capovolgendo il riferimento leopardiano verso una scelta di crescita
personale e culturale di autonomia.
Spesso nei testi emergono valutazioni assai serie e severe sulla vita,
che pongono la poetessa come persona matura e riflessiva oltre la propria
 età anagrafica. Ad esempio nella poesia “A Maria Vergine” (1873), che
connota una tensione autenticamente religiosa presente anche in altre poesie,
si legge:

A me fidar non piacque
mai nell'altrui conforto.
Solo il mio cor si giacque
fatto de le tristizie umane accorto.
Cadde il velo a’ miei sguardi
del tempo che sognai:
e gli omaggi codardi
e gli affetti mentiti io li disprezzai.

Dichiarazioni forti che suggeriscono un animo deciso, capace di scegliere
il proprio tracciato di vita non facendosi influenzare dalla famiglia o
dai costumi della società del tempo. E non si può non
notare che a questa poesia è posto un breve esergo di  Manzoni che recita:
 «La femminetta nel tuo sen regale / la sua spregiata lacrima depone...».
Appare chiaro l'intento di Maria Virginia di prendere le distanze
volutamente da una tale rappresentazione spregiativa delle donne.
Nella poesia “Scrive e non ama” (1876), composta per rispondere
a una domanda del fidanzato della cugina che chiedeva notizie della
 poetessa, scrive di sé:

Non c'è nulla di vero
in questo sonno che si chiama vita
e i sogni del pensiero
sono sconforto e vanità infinita.
Ella scrive e oblia
molto: oblia quasi tutto in seno all'arte; 

L'enjambement e la ripetizione della parola 'oblia' danno un carattere
di solennità alla dichiarazione della poetessa. Senza avere una
visione pessimistica della vita mi pare che Maria Virginia Fabroni
mostri una sicurezza acquisita nella determinazione a fare scelte
soggettive di libertà, controcorrente, e a rendere lo spazio della
creazione artistica il vero e proprio ambito decisamente
agognato di una relazione autentica.
Anche la poetessa fa parte di quella schiera numerosa di autrici
dimenticate, mal conosciute, o di cui si sono nel tempo perse le
tracce, sebbene avessero raggiunto, come la stessa Maria Virginia,
attestazioni di notorietà e considerazione da parte di molti critici e
intellettuali del proprio tempo. Ridare spazio e attenzione a queste
figure significative del passato è un lavoro meritorio che va
proseguito e ampliato perché riporta in circolazione opere disperse
e introvabili e offre una conoscenza più compiuta e attendibile
della storia letteraria e culturale del nostro paese, in particolare delle
periferie.


Maria Virginia Fabroni
adolescente


sabato 18 maggio 2019

Maria Virginia Fabroni: Poetessa,Donna, Patriota romagnola del secolo XIX

 UN RINGRAZIAMENTO AL BLOG DI ANTONIO CATTINO - che potete visitare tramite il link qui sotto - PER IL BELLISSIMO ARTICOLO SULLA NOSTRA AMATA MARIA VIRGINIA FABRONI

https://antoniocattino.blogspot.com/2019/05/maria-virginia-fabroni-poetessadonna.html?showComment=1558193418869#c3995243645256596826


Maria Virginia Fabroni giovane poetessa romantica e risorgimentale della profonda Romagna, anzitempo deceduta all’età di ventisette anni per tisi (Tredozio 2 dicembre 1851--10-agosto-1878)



 Ho aderito con piacere all’invito degli amici di Tredozio, piccolo paese della Romagna, in provincia di Forlì-Cesena , al confine con la Toscana, di scrivere, per il mio Blog, un articolo sulla poetessa Maria Virginia Fabroni, loro concittadina. Perché l’ho fatto? Non certamente per sobbarcarmi accademicamente ad una fatica di ricerca e verifica sull’opera di una poetessa caduta immeritatamente nell’oblio,   ma per il semplice fatto che  la sua storia, riproposta, da alcuni anni, da un gruppo di intellettuali tredoziesi e meritoriamente dal Comune di Tredozio, m’interessò subito: quella giovane, quasi ragazza, poeta naturale – si direbbe -, che nei pochi anni di vita, nel profondo ‘800, pubblica numerose raccolte poetiche, contravvenendo ai pregiudizi borghesi del tempo che assegnavano alla donna un ruolo di subalternità, quasi di soggezione all’uomo, mi commosse davvero molto. Ho anche accettato volentieri, perché mi piace soffermarmi sulle piccole comunità umane, i piccoli paesi, i borghi dove i rapporti umani sono ancora genuini e dove vive una umanità che conforma di sé gran parte del sentire del popolo italiano.

   È noto peraltro che le comunità umane, siano esse piccoli borghi o città organizzate, più o meno estese, tendono sempre a ricercare un’anima nella loro storia che costituisca il Genius Loci della comunità, il nume tutelare, il campione culturale, il simbolo o i simboli che possano divenire punto di riferimento per la loro specificità storico sociale.

A Tredozio, hanno quindi scelto Maria Virginia Fabroni che, con la sua breve storia di giovane donna, patriota e poeta, è diventata il simbolo di un paese che vuole rilanciare la sua immagine e la sua peculiarità virtuosa nell’Italia democratica delle autonomie e dei Comuni, guardando al futuro europeo, ma coi piedi ben saldi nella sua storia.

    Il Paese di Tredozio ( Le tre doti), adagiato nella valle percorsa dal torrente Tramazzo, è circondata da boscose colline,  propaggini del grande Parco Nazionale Foreste Casentinesi: tanto da configurarsi come un vero e proprio luogo dell’anima per un poeta.

    Fu in quest’ambiente che germogliò la fanciullezza di Maria Virginia fino al 1862, quando la fanciulla lasciò Tredozio per essere iscritta dal padre, il medico Giuseppe Fabroni, al rinomato Conservatorio S. Anna di Pisa, dove, in regime residenziale, nel 1868, conseguì il diploma di clavicembalo. Negli anni di permanenza a Pisa, la giovane cominciò a scoprire e coltivare la sua vera passione, la Poesia e la Letteratura in genere. Quindi, seppur brava e promettente nello studio del clavicembalo e della musica, affiancò privatamente un intenso studio della poesia, studiando i grandi poeti del passato: Dante, il Dolce Stil Novo, Petrarca, Tasso, ma anche i poeti a lei più vicini: Leopardi, Manzoni, Foscolo, Parini, la cui poetica rafforzò il suo patriottismo risorgimentale. Fu guidata altresì dal Cavaliere Paolo Folini, presidente della struttura collegiale, che positivamente colpito dalla sua bravura poetica, cercò di agevolarla in questi suoi studi, dandole consigli e suggerimenti di cui la giovane fece tesoro, rimanendo a lui legata, anche dopo il suo rientro a Tredozio, attraverso un fitto interessantissimo, scambio epistolare.

     Nel 1869 pubblicò la raccolta di poesie scritte in gran parte durante la sua permanenza al Conservatorio con il titolo Ricordo, che dedicò in segno di riconoscenza al Cav. Paolo Folini. Seguirono poi: Nuovi Versi nel 1870; Versi nel 1872; Per Nozze Morelli-Pera, 1873;Virtù ed Affetti. Prose e Poesie, 1874; Bozzetti Famigliari, 1877.

     Fare poesia per Maria Virginia Fabroni diventa dunque il mezzo per affermare la propria autonomia in un contesto famigliare oppressivo ed a cui resiste, contrastando la volontà del padre che avrebbe voluto farla sposare con un uomo che non ama, essendo innamorata di un giovane, inviso al padre: riuscirà a spuntarla, imponendo l’ufficializzazione del fidanzamento e la fissazione della data delle nozze, che non furono celebrate dacché tre mesi prima di quella data la poetessa, consumata dal mal sottile, cessò di vivere, il 10 agosto 1878.

    La lotta contro la volontà del padre costò enormi sacrifici a Maria Virginia, che dovette sottostare a tutta una serie di limitazioni della libertà personale. Il che la apparenta con altre poetesse del secolo XIX ed in particolare con la poetessa siciliana di Noto Mariannina Coffa a cui pure fu imposto un matrimonio d’interesse: del resto, nella produzione poetica delle due donne emergono identici sentimenti di affermazione e difesa del ruolo della donna nella famiglia e nella società, nonché la stessa aspirazione ad una patria comune per tutti gli Italiani, che si realizzò nel 1861 e fu completata dalla presa di Roma del 1870.

L’adesione agli ideali risorgimentali di Maria Virginia è attestata dal carteggio epistolare con il letterato Niccolò Tommaseo, fervente patriota cattolico e con la poetessa Giannina Milli, accesa sostenitrice dell’Unità d’Italia, a ragione soprannominata «la Saffo Abbruzzese». Va pure ricordata, in questo contesto, la corrispondenza col musicista siciliano di Palermo, Errico Petrella (poco ricordato nella sua città ed in Sicilia), che compose la musica del melodramma in quattro atti, I Promessi Sposi, ispirato dal romanzo omonimo di Alessandro Manzoni, su libretto di Emilio Ghislanzoni, autore del libretto dell’Aida di Giuseppe Verdi.

   Alcune di queste lettere sono conservate nel Fondo Piancastelli di Forli presso la biblioteca Aurelio Saffi di quella città.

La poetessa intrattenne una lunga ed affettuosa amicizia con il noto pittore macchiaiolo Silvestro Lega che la ritrasse più volte, e con cui scambiò una cospicua corrispondenza.

Maria Virginia scrisse inoltre alcune liriche di chiara ispirazione risorgimentale, come A Italia e Tre fiori colti sulla rocca di Solferino. Nella prima, scritta nel 1877, chiari sono i riverberi dei suoi studi manzoniani e leopardiani, insieme con un acceso patriottismo, inteso come perorazione di una Patria comune, anche a costo del  sacrificio eroico fino alla morte:


Morir per te/ per renderti più bella/ libera ed ognipossente,/questi per anni molti/ furo i cotanti voti/ di magnanima gente/ confida al brillar  de la tua stella,/ con arcigni_volti…/


    Nella parte conclusiva  dell’ ode, la poetessa esprime un grande dolore per il clima di violenza che si è ingenerato nel Paese, a causa dei rigurgiti antiunitari, alle vendette, alle uccisioni, alle bande armate che, fingendo di lottare per la libertà, vorrebbero frenare, con la violenza, il processo unitario, spesso facendo riferimento ai vecchi poteri statuali sconfitti dai moti risorgimentali, dalle tre guerre d’indipendenza e dall’impresa dei Mille:


      “Spezza la punta del pugnale ascoso,/ che in man di genti abiette,/ tremendo, misterioso,/ di liberta nel nome, aspre vendette/  compie nell’ombra delle tue contrade./ Questo non è disio/ di pace né di gloria/ che muove a conculcar Cesare e Dio,/ questa è vergogna della nostra etade/ che inesorata narrerà la storia!/ Sopra le stragi mai,/ Italia, il raggio del tuo sol non splenda…/


     Nella lirica  Tre fiori colti sulla rocca di Solferino, Maria Virginia indugia sul  ricordo dei combattenti italiani morti per la Patria nella cruenta battaglia di Solferino e San Martino del 26 giugno 1859, raccogliendo un cimelio di fiori sopra le sepolture dei caduti:


      “Sono ricordo di una sacra terra/ che bevve il sangue, ed il cener ha serbato,/ di quel che spense una tremenda guerra/ come la falce che pareggia il_prato.


      Maria Virginia Fabroni è però poetessa dalle accese passioni e dai forti sentimenti  che non tradisce attraverso facili scorciatoie. A chi le chiede se lei “ama o scriva”, ella risponde di getto nella poesia Scrive e non ama:


“Ella scrive ed oblia/ molto, oblia quasi tutto in seno all’arte;/ il fior che manca sulla scabra via/ lo fa spuntare sulle aride carte./ Forse amerà – quel core/ non sia superbo, né volgar, né vile;/ sia nobile: l’amore/ tanto è più dolce quanto è più gentile,/ ella brama la pace: sprezza gli inerti ed i meschini spirti:/ ammira un’alma audace/ che coglie lauri, non viole o mirti…  /.”


     Nella lirica Saffo allo scoglio, Maria Virginia ripercorre la versione del mito di Faone rielaborata da Ovidio, rievocando la disperazione di Saffo che si getta in mare da un alto scoglio dell’isola di Leucade per il suo amore non corrisposto, con accenti autobiografici, a mio avviso. Nel verso di commiato: “Addio Patria, addio luna, selve addio…” , risuona vagamente l’incipit de L’addio ai monti dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

             

     Questo mi è venuto di scrivere su questa poetessa romantica, che visse brevemente la sua vita nella seconda metà dell’800. Ringrazio per l’opportunità offertami dagli amici di Tredozio ed in particolare il dott. Lorenzo Bosi, segretario del premio di Poesia intitolato a Maria Virginia Fabroni, giunto oggi alla terza edizione.

Mi piace altresì ricordare che ogni anno a Tredozio si svolge, con il Patrocinio del Comune, il Festival della Poesia che diventa punto di riferimento dei poeti e degli artisti dei paesi e delle città vicine e non solo ed in cui risuona sempre il nome e l’opera della poetessa Tredoziese.


      Va pure detto che sulla personalità di Maria Virginia ha scritto, all’inizio del Novecento, l’abate Giovanni Mini, il quale ricordava che la poetessa ammirò Giacomo Leopardi, esaltandone, in un’ode a lui dedicata, l’opera e l’ingegno letterario, filosofico e poetico, ma rimproverandogli lo scetticismo religioso e l’accesa negazione dell’esistenza di Dio. Il Mini nello stesso articolo, riporta una poesia scritta dalla Fabroni negli ultimi mesi di vita in onore della Madonna, che lei invocava con fervore all’avvicinarsi della morte, sopraggiunta il 10 agosto 1878, a tre mesi della data fissata per il matrimonio con il giovane che amava: aveva appena ventisette anni.


       Scrisse per lei anche Eugenio Cappelli nel giornale quotidiano «Il Ponte di Pisa», commentando due sue poesie: Tredozio, in cui si ritesse la leggenda della fondazione del paese, e Un saluto a Pisa, scritta da Maria Virginia dopo essere ritornata a Tredozio, avendo terminato gli studi al Conservatorio di quella città.

        Si può affermare, in conclusione, che Maria Virginia visse la vita e le contraddizioni del suo tempo, mettendo il meglio di sé in ogni sua opera ed in ogni suo atto: nel criticare, in ispecie, la condizione della donna imposta dai pregiudizi borghesi del tempo, anticipò le lotte novecentesche di liberazione della donna stessa, offrendo, a costo di enormi sacrifici, un notevole contributo al superamento di questa arcaica, ingiusta disuguaglianza.



Vorrei infine, ricordare Maria Virginia Fabroni, anche con le parole di Giuseppe Rando, professore ordinario di Letteratura Italiana nell’Università di Messina, critico letterario, che ho pregato di esprimere un breve giudizio di ordine generale su l’opera della poetessa romagnola:


«Due dati colpiscono immediatamente, nella vicenda umana di Maria Virginia Fabroni: I) la renitenza al padre che, secondo un costume radicato nella provincia italiana e non solo, avrebbe voluto accasarla con un “buon partito”, ignorando i suoi sentimenti d’amore verso un giovane del luogo (in ciò, miracolosamente simile, peraltro, a Compiuta Donzella, la prima poetessa, in assoluto, della letteratura italiana che, nella prima metà del XIII secolo, forse prima di Dante Alighieri, compose una collana di tre sonetti  attraversati da una risentita polemica contro il padre, colpevole ai suoi occhi  di volerla dare in isposa a un uomo ch’ella non amava); II) la sua convinta perorazione del valore assoluto dell’Italia Unita contro tutti i reazionari che allora, come ancora oggi purtroppo, contestavano l’Unità (realizzata nel 1861), l’impresa dei Mille, l’apostolato mazziniano e la politica lungimirante di Cavour, in nome di una presunta libertà conculcata dai Savoia (in realtà, a favore di gretti, reazionari  interessi filoborbonici): questa sua scelta politica, non molto comune nel panorama letterario del suo tempo,  la colloca, invero, in una posizione storicamente innovativa, degna di essere studiata»(GiuseppeRando).



AntonioCattino©Maggio_2019

Si ringrazia il prof Giuseppe Rando per l’apporto e la disponibilità manifestata.




lunedì 11 marzo 2019

UN PO' DI VANITÀ

Voglio mostrarvi il ritratto che il 14 luglio 1870 mi fece niente meno che il grande Maestro Silvestro Lega. Cosa ne pensate? Vi assicuro che è 'somigliantissimo'.
A bordo del quadro, potete leggere una mia breve biografia... già, ho un bel caratterino. Non ho mai sopportato le imposizioni!!!
So che le domande di partecipazione al concorso stanno arrivando numerosissime... Ne sono felice.
Continuate così.

Con affetto
Maria Virginia Fabroni 

giovedì 21 febbraio 2019

BELLE SORPRESE

Cosa dire? 
Di tanto in tanto, girando in rete si trovano gradevolissime sorprese.
La popolarità della poetessa a cui è intitolato il nostro concorso è in continua ascesa e questo fatto a noi fa molto piacere.
Cliccando sul link a fondo pagina - MARIA VIRGINIA FABRONI - vi collegherete al seguitissimo blog di Dora Millaci. Qui troverete un bellissimo articolo che parla della nostra Maria Virginia Fabroni oltre che due poesie, già state pubblicate in questo blog.
1) IL PAPAVERO, un componimento ironico che nel 1800 non venne inserito in nessuna raccolta. All'epoca certe 'leggerezze' non erano concesse alle donne. 
2) SCRIVE E NON AMA, una poesia estemporanea nella quale trapela tutta la passionalità della Fabroni. Al contrario delle altre ragazze, lo scopo della sua vita non è quello di trovare l'amore ad ogni costo. Grazie alla scrittura, la sua vita ha già un senso. Ad ogni modo, se l'amore dovesse venire, sarebbe il benvenuto ma solo se sarà "benefico raggio" e non "fia gelo che l'alma attristi e inaridisca il core".
Come darle torto?
Buona lettura



Lorenzo Bosi
Segretario premio Maria Virginia Fabroni 


mercoledì 16 gennaio 2019

BLOG CHE PARLANO DI ME

A me piace scorrazzare per il web e, a volte, trovo piacevoli sorprese come questa: alcuni blog che parlano di me!!!!
Non è grandioso?!
Questo post - che troveè stato pubblicato il 2 dicembre 2018 per celebrare il 140° anniversario della mia scomparsa. GRAZIE.
Devo inoltre ringraziare TREDOZIO, il paesino in provincia di Forlì/Cesena in cui sono nata e vissuta. Pensate che per tutto il 2018 hanno organizzato eventi per celebrare la ricorrenza.
Senza dimenticare il Concorso di poesie a cadenza annuale a cui l'Amministrazione Comunale ha dato il mio nome.
A proposito... Continuate ad inviare le vostre domande, vogliamo superare lo splendido risultato della scorsa edizione!!! Quindi, volare oltre le 600 poesie.

Un abbraccio a tutti
Con affetto
Maria Virginia Fabroni

DANIELA E DINTORNI